I Paesaggi Facciali come Esperienza di Sè

Matteo

Matteo

Ogni ritratto in pittura è un autoritratto inconscio del pittore che mette qualche cosa della sua stessa personalità nell’opera, così che ogni pittore dipinge se stesso. In chiave psicologica, ogni dipinto è una analisi di sé.

Troviamo i “Paesaggi Facciali” come esperienza di sè, della propria individualità umana ed emozionale, in Rembrandt. E pure Caravaggio è stato studiato per i suoi ritratti e autoritratti, in particolare nel rapporto tra fatti biografici e modificazioni nella sua tecnica pittorica. La sua opera pittorica viene considerata il teatro della personale crudeltà.

In generale ogni prodotto artistico nasconde l’autore, che c’è anche quando non si vede. E’ chiaro che l’artista rappresenta il suo mondo interno nell’opera. Come lo scrittore usa le parole, il musicista i suoni, il pittore dipinge le sue visioni e sensazioni entro il supporto dell’opera. Gli artisti raccontano il loro percorso di crescita nell’opera, che racconta della loro fantasia, della loro realtà e di loro stessi.

Nel processo creativo diventano fondamentali le “visioni” dell’artista, cioè quella fantasia desiderante e le sensazioni sfuggenti che da essa comporta. Il “cosa… se” si realizza in qualsiasi forma d’arte. Durante il processo creativo è possibile che l’artista sia spinto dal vedere “cosa” capiterebbe “se” le sue visioni si realizzassero. La spinta sensoriale – che l’artista organizza sotto il controllo del suo bagaglio culturale – forma un mondo fantastico che proviene direttamente dall’animo dell’artista stesso.

Psicologicamente le visioni che ci circondano – dando forma alle sensazioni, sfuggenti – servono a proteggerci dal terrore. Da tale condizione ci presentiamo cose che possono soddisfare i nostri desideri. La fantasia desiderante ci permette di usare gli oggetti reali per via imitativa. In questo modo l’oggetto contiene le nostre sensazioni, sotto la forma che gli adulti riconoscono come esterna. In tal modo trasformiamo l’oggetto esterno che ci minaccia. Di qui parte il processo simbolico che usa l’oggetto transizionale (ad esempio: un orsetto in peluche) che prima “è” la madre, poi è “al posto” della madre e infine si trasforma nell’“oggetto culturale”. L’oggetto artistico è perciò l’ultimo passaggio del processo simbolico, impregnato d’animo dell’artista.

(testo tratto da internet e molto liberamente modificato)

 

One Response

  1. pat* scrive:

    E’ proprio come scritto, l’autore di un ritratto mette molto del suo…come in un autoritratto si evidenziano le cose che più l’artista sente dentro..
    Ho uno zio che amava disegnare…c’era molta luce nei suoi quadri o foto…Per esempio ho l’immagine di mia nonna luminosa nel suo sorriso…come un ritratto, disegnato quando lui stava male…che rispecchia molto dolore e fatica…
    un volto davvero particolare, quando vado d amia zia lo osservo e mi viene da pensare proprio alla sua malattia, che poi lo portò via…

    Un buon we massi…

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