Ho perso venti minuti dal momento in cui ho visto questa piazza di Trieste in versione notturna, poco prima di risalire in auto e far ritorno a casa. E’ allora che mi sono fermato a respirarne l’aria ad assaporarne l’attimo come fa chi – indugiando – sta per dire un altro addio a qualcuno a …
Neant’altro da aggiungere.
Caro figliolo, il tempo che mi è stato concesso per starti vicino è finito. La vita purtroppo non ci concede altre possibilità. I medici mi hanno diagnosticato una
Nacque improvvisa, ti sorprese, spaccò ed invase tutto come un fiume in piena, ti riempì di vita di quella che trabocca come le bottiglie di spumante appena stappate e facesti fatica a contenerla, e a rimanerne indifferente…
Io non piango. Non mi viene da piangere quando sono triste. Solo da piccolo ho pianto per la perdita di uno dei miei gatti, non riuscendo a trattenere l’emozione. Ma da parecchi anni non mi capita più, nemmeno con una mia creatura morta di parto, quest’anno. Ma la tristezza esiste, oh eccome se esiste!
La nostra vita è un mondo che non vuole nè vedere nè considerare la morte come suo elemento fontamentale, come invece fa della nascita. Non l’accetta nè come soluzione di continuità…
Se parlo di sesso, escrementi e morte, di solito provoco nelle persone con cui mi relaziono reazioni di disgusto, rifiuto e ribrezzo.
Cos’è la morte di un edificio, se non la remissione alle forze della natura?
Il giorno di Pasqua è stato per me un giorno di lutto in famiglia, con la morte di una parente anziana ed un pranzo sommesso e un po’ forzato, parentesi di silenzio tra alcune tensioni.
Mi piacerebbe capire se sono già impazzito o ancora ho qualche speranza per rinsavire. Vorrei sapere in tutta la loro disarmante sincerità cosa pensano altri blogger sulla morte nel suo aspetto più fisico e doloroso e sull’uso che ne ha fatto la religione!
Una piccola grande anima si è fermata alla finestra del mondo terreno, aveva espresso un desiderio. Scelse una fragile ed imperfetta creatura da abitare.
Giornate come queste mi costringono a rimanere nella tana come quell’animale ferito che si isola dal branco. La ferita è quella di un rifiuto. Ed è un intimo rifiuto verso la morte fisica.